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Il superbonus vola: 30 mesi di strette non l’hanno fermato


Donna che lavora con calcolatrice e documenti


L’ultimo Dl arriva dopo altri cinque stop: gli esecutivi Draghi e Meloni non sono riusciti a bloccare la progressione degli investimenti agevolati


Trenta mesi di blocchi, divieti e restrizioni. Eppure, la corsa del superbonus non si è mai arrestata. Anzi, la maxi-agevolazione è costantemente cresciuta, arrivando in base all’ultima rilevazione di Enea a marzo scorso a quota 114,4 miliardi di euro di detrazioni e 111,5 miliardi di investimenti. Anche se poi il conto finale per le casse pubbliche rischia rivelarsi anche più alto. Il 110%, nei due anni e mezzo che è possibile fotografare analizzando i dati dell’agenzia per le nuove tecnologie, è diventato una sorta di mostro mitologico, totalmente indifferente a tutti gli attacchi che gli venivano assestati. Anzi, Governo dopo Governo e decreto dopo decreto, è diventato sempre più forte.


Sono almeno sei, considerando anche l’ultimo decreto 39/2024 (che martedì inizierà l’esame per la conversione in commissione Finanze al Senato con l’illustrazione del relatore Giorgio Salvitti), i provvedimenti di blocco che prima l’esecutivo Draghi e poi quello Meloni hanno approvato per provare a fermare la cavalcata dello sconto fiscale. Nessuno di questi, finora, ha centrato l’obiettivo. Anche se l’ultimo intervento in ordine di tempo potrebbe essere l’arma finale che chiuderà la falla aperta nei conti pubblici.


Un esempio aiuta a capire cosa è successo in questi anni. A fine gennaio 2022 il Governo Draghi approvava il decreto Sostegni ter (Dl n. 4/2022) che bloccava le cessioni a catena, con l’obiettivo di mettere sotto controllo la circolazione dei crediti fiscali legati alle ristrutturazioni ed evitare, anche dopo la precedente stretta del decreto Antifrodi, che i bonus potessero essere monetizzati anche se provenienti da operazioni non lecite. A gennaio 2022, allora, il superbonus totalizzava 2,1 miliardi di euro. Esattamente un anno dopo, in carica il Governo Meloni, entrava in vigore una nuova stretta, con il decreto Aiuti quater varato nel mese di novembre. Il superbonus passava dal 110% al 90% e, soprattutto, veniva ridotto in maniera molto consistente il perimetro delle agevolazioni dedicate alle temutissime villette, diventate nei mesi oggetto di critiche politiche continue. In quello stesso mese il superbonus totalizzava investimenti per 2,7 miliardi euro, circa 600 milioni in più di un anno prima. Un mese dopo, per dare il colpo di grazia a un’agevolazione che già allora veniva definita fuori controllo, il Governo approvava il primo decreto Blocca cessioni (Dl n. 11/2023), nel quale c’era un divieto di trasferire i bonus edilizi con modalità alternative alla detrazione. Un divieto che, però, nel passaggio parlamentare veniva pesantemente annacquato, con una miriade di eccezioni e casi particolari. Risultato, gennaio 2024, nonostante due anni di strette, fa segnare l’importo più alto mai registrato per l’avvio dell’anno: quasi 4,4 miliardi di investimenti.


Insomma, se guardiamo il recente passato due problemi sono finiti sotto la lente della politica già tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022: da un lato, le molte frodi legate ai bonus edilizi e alla cessione del credito, dall’altro l’enorme effetto catalizzatore che la cessione del credito ha avuto sull’aumento della spesa per queste agevolazioni. Se sul primo fronte sono stati ottenuti dei risultati, anche grazie al ruolo svolto da agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza e agli strumenti di controllo preventivo messi a punto in questi anni, sul secondo fronte i numeri parlano di un fallimento. Già il Governo Draghi, infatti, aveva provato a frenare la corsa delle cessioni almeno con tre diversi interventi. Il primo è il decreto Antifrodi che, a novembre del 2021, ha rafforzato in maniera importante i presidi di controllo sui bonus; il secondo è il decreto Sostegni ter che, come detto, ha provato ad arginare la circolazione incontrollata di crediti fiscali legati alle ristrutturazioni; il terzo è il decreto 13/2022 che ha rafforzato il ruolo di banche e intermediari nella circolazione di crediti.


Con tutti questi provvedimenti la progressione del superbonus non si è mai arrestata. Tanto che a settembre 2022, il mese delle elezioni politiche, alla vigilia dell’insediamento del Governo Meloni, il superbonus faceva segnare il picco massimo della sua storia: 8,2 miliardi di investimenti in un solo mese. Di fronte a questi numeri, non stupisce che il Governo Meloni abbia immediatamente preso tra le mani il dossier. Lo ha fatto, più nel dettaglio, con un doppio colpo, costituito dal decreto Aiuti quater (con i tagli già citati) e dal decreto 11/2023, sul divieto di cessioni. Questa doppietta, come era già successo al precedente Esecutivo, non ha rispettato le attese di chiusura immediata dei cordoni della spesa.


A dicembre 2023, infatti, veniva registrato il secondo mese in assoluto per ammontare degli investimenti: poco meno di 6 miliardi di euro. Un numero che va spiegato. A fine 2023, infatti, si è chiusa la stagione del 90/110% ed è iniziata quella dello sconto al 70%: evidentemente, molti hanno cercato di effettuare spese agevolate con il bonus più generoso. Siamo, così, alla storia di questi giorni. Il decreto 39/2024, rispetto a tutti gli interventi varati finora, parte da principi molto più duri. Blocca, infatti, la cessione per categorie finora considerate protette, come il Terzo settore e gli Iacp, e la riduce per le aree terremotate. Chiude, poi, la riserva delle Cilas dormienti, sancendo per chi non ha avviato i lavori ed effettuato spese al 30 marzo la fine dei giorni. Se dovesse restare intatto nel passaggio parlamentare, è difficile immaginare che la corsa dell’agevolazione continui ancora per molto. Le incognite e le pressioni delle prossime settimane saranno però molte.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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